martedì 20 dicembre 2016

Un estratto da Tempo assassino di Michel Bussi (E/O)

Clotilde sospirò senza muoversi dalla panchina su cui era seduta, un tronco diviso in due che le raspava le natiche. A lei non importava. Le piaceva quella posizione rilassata al limite del provocante, le pietre che le tagliuzzavano la schiena attraverso il vestito di tela, la corteccia e le schegge che le grattavano le cosce ogni volta che con la gamba batteva il ritmo della fanfara della Mano Negra. Stava semirannicchiata, col diario sulle ginocchia e la penna in mano, libera, con la testa altrove: un netto contrasto con la famiglia còrsa rigida e impettita. Alzò il volume.
Se la traga mi corazón...
Quei ragazzi suonavano da dio! Clotilde chiudeva gli occhi, apriva le labbra, avrebbe dato qualsiasi cosa per essere teletrasportata in prima fila a un concerto della Mano Negra, acquistare tre anni, trenta centimetri e tre taglie di reggiseno durante quel viaggio lampo e far ballonzolare dei bei seni grossi sotto una maglietta nera intrisa di sudore davanti agli occhi dei chitarristi in trance.

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