domenica 18 dicembre 2016

Il quadro maledetto di Fabrizio Santi (Newton Compton editori). Un estratto



Prologo - Settembre a Heidelberg è forse il mese più soave. La coda dell’estate che scivola via veste una città profumata e immersa in un silente torpore. Le timide brezze di un autunno bizzarro muovono appena le chiome dei tigli, all’ombra dei quali si ergono edifici che raccontano storie di filosofi e dissidenti. Placido, il fiume Neckar gorgoglia e riflette i tramonti dalla luce purpurea. Heidelberg: la superba abbazia di Neuburg, la fiabesca casa del Cavaliere, il palazzo di Federico, la Heiliggeistkirche, che nei sonnolenti pomeriggi dorati sembra ancora narrare le tesi di Calvino e Melantone, la fitta foresta fuori le mura, lo scellerato patto di Faust. A nord della città, superata la Bergstrasse, che costeggia il margine del parco sul fiume, la Grünestrasse si avvolge sul fianco della collina di Heiligenberg per immergersi nei quartieri verdi di Maximilians e Friedensengel, poi ritorna pianeggiante per immettersi in un comprensorio di villini dal sapore un po’ nostalgico. Il pomeriggio del 14 settembre 20… l’atmosfera del quartiere Wittelsbacher era la solita. Davanti alla scuola elementare i gruppetti di bambini accompagnati dai genitori prendevano la via di casa, imboccando le tre strade principali che confluivano nello slargo antistante. La Gutenbergstrasse era la più stretta. Accanto a una sobria abitazione a tegole brune, dalla cortina appena accennata, ce n’era un’altra appena accesa dal lucore dorato di un crepuscolo sereno. Di fronte a un minuscolo giardino, una graziosa cassetta delle lettere da poco tinteggiata, con sopra infissa una targhetta: “Dr. T. Klinsmann”. La porta d’ingresso, di un bel verde smeraldo, si apriva su un disimpegno che, nella scelta del mobilio, annunciava la casa di uno studioso. La sala da pranzo e ilsoggiorno erano separati da una austera libreria in massello scuro, stracolma di libri e riviste, molti in tedesco, ma anche numerosi in inglese, italiano, latino. Dietro al divano, accanto a una mezza coda Blüthner, Theodor Klinsmann parlava al telefono. Non una vera e propria conversazione, parole inframmezzate, cenni, monosillabi. «Quando? Oh no! Ma come è accaduto?». Silenzio. «Sì, va bene. Sì, ho capito… E così…Va bene. Grazie. Ciao Augusto». Theodor Klinsmann abbassò il ricevitore molto lentamente, poi rimase immobile, lo sguardo fisso al disegno di Schiele sulla parete di fronte. Sentì un velo di lacrime bagnargli a poco a poco gli occhi e a stento trattenne un singhiozzo. Dall’Italia, le parole di Augusto, il figlio del professor Semerano, giungevano accompagnate da un’eco. Chissà da dove chiamava. Ma che importanza aveva? Augusto non aveva introdotto a lungo l’argomento e, pensando di rendere omaggio al professore, aveva annunciato l’accaduto in un tedesco timido e impacciato, dimenticando che Theodor ancora ricordava e parlava molto bene l’italiano. Ma in nessuna lingua il messaggio poteva essere meno triste: zia Greta non c’era più

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