lunedì 19 dicembre 2016

Cronosisma di Kurt Vonnegut (Minimum Fax). Un estratto - il Prologo



Nel 1952 Ernest Hemingway pubblicò su  Life un racconto  lungo intitolato «Il vecchio e il mare». Parlava di un pescatore cubano che non aveva pescato niente per ottantaquattro giorni di fila. Il cubano pescò un marlin enorme. Lo uccise e lo legò a una sponda della barchetta. Prima che riuscisse a tornare a riva, tuttavia, gli squali divorarono tutta la carne dallo scheletro. Quando  quel  racconto  venne  pubblicato  abitavo  al  Barnstable Village a Cape Cod. Chiesi a un mio vicino pescatore cosa ne pensasse. Rispose che, secondo lui, il protagonista era un cretino. Avrebbe dovuto tagliar via i pezzi migliori e sistemarli sul fondo della barca, lasciando agli squali il resto del carcame. Può darsi che gli squali cui pensava Hemingway fossero i critici che non avevano gradito il suo primo romanzo dopo un decennio, Di là dal fiume e tra gli alberi, pubblicato  due anni prima. A me non risulta che l’abbia spiegata così, tuttavia il marlin poteva benissimo essere quel romanzo. Ed eccomi nell’inverno del 1966, autore di un romanzo che non funzionava, che non reggeva, soprattutto che non  aveva mai desiderato d’essere scritto.  Merde! Su quell’ingrato di un pesce ci avevo speso quasi un decennio. E non era buono nemmeno per gli squali. Avevo appena compiuto settantatré anni. Mia madre è  arrivata  a  cinquantadue,  mio  padre  a  settantadue.  Hemingway quasi a sessantadue. Avevo vissuto troppo a lungo! Che dovevo fare? Risposta: sfilettare il pesce. Buttare via il resto. E questo ho fatto durante l’estate e l’autunno del 1996. Ieri, 11 novembre del suddetto anno, ho compiuto settantaquattro anni. Settantaquattro! A cinquantacinque anni Johannes Brahms smise di comporre sinfonie. Basta! A cinquantacinque anni mio padre si stufò  dell’architettura.  Basta!  A  quell’età  tutti  i  romanzieri  maschi americani avevano già dato il meglio di sé. Basta! Per  me ormai cinquantacinque anni è un sacco di tempo fa. Pietà! Il mio grande pescione, quello che faceva così schifo, si  intitolava Cronosisma.  Chiamiamolo Cronosisma Uno. E  questo nuovo, una zuppa fatta con le sue parti migliori mischiate a pensieri e considerazioni durante gli ultimi sette mesi o giù di lì, chiamiamolo  Cronosisma Due. Ci siamo? Il presupposto di  Cronosisma Uno era che un terremoto,  un  improvviso  difetto  nel  continuum  spazio-temporale,  costringesse tutti e tutto a ripetere ciò che avevano fatto nel  decennio precedente, buono o cattivo che fosse. Si trattava  di un déjà vu della durata di dieci lunghi anni. Non potevi lamentarti del fatto che la vita fosse roba rifritta, né chiederti se stessi diventando scemo o se tutti  stessero  diventando  scemi.  Non  c’era  assolutamente  niente  che potessi dire durante la replica se già non l’avevi detto una prima volta nel corso del decennio precedente. Non  potevi nemmeno salvarti la vita, o salvare quella di un tuo  caro, se non eri riuscito a farlo nella prima occasione. Al cronosisma facevo ricacciare in un solo istante tutto e  chiunque dal 13 febbraio 2001 al 17 febbraio 1991. Da lì  al 2001 toccava tornarci alle brutte, minuto per minuto,  ora per ora, anno per anno, scommettendo daccapo sul cavallo  perdente,  sposando  di  nuovo  la  persona  sbagliata,  beccandoci daccapo lo scolo. Scegliete voi! Solo  una  volta  tornati  all’istante  in  cui  il  cronosisma  aveva colpito avremmo cessato di essere robot del nostro  passato. Come scrisse il vecchio autore di fantascienza Kilgore Trout, «solo quando il libero arbitrio fosse tornato in sella essi avrebbero concluso quel percorso a ostacoli tracciato da loro stessi». In realtà Trout non esiste: mi ha fatto da alter ego in molti dei miei romanzi. Ma la maggior parte di ciò che ho deciso di salvare da Cronosisma Uno ha a che vedere con le  sue avventure e le sue opinioni. Ho recuperato alcuni tra i migliaia di racconti da lui scritti tra il 1931, quando aveva quattordici anni, e il 2001, quando morì a ottantaquattro anni. Vagabondo per la maggior parte della sua vita, egli spirò nel lusso della suite Ernest Hemingway, nel ricovero per scrittori denominato Xanadu, nella stazione balneare di Point Zion, a Rhode Island. Saperlo è una consolazione. Il suo primissimo racconto, mi disse mentre stava morendo, era ambientato a Camelot, corte di re Artù, in Inghilterra: Merlino, il mago di corte, opera un sortilegio che  gli consente di equipaggiare i cavalieri della Tavola Rotonda con mitragliatori Thompson e caricatori di proiettili calibro 45 dum-dum. Sir Galaad, tra i cavalieri il più puro di  cuore e di mente, familiarizza con questo nuovo arnese di  induzione alla virtù. Durante una delle sessioni di addestramento egli falcia con una raffica il Santo Graal e riduce in colabrodo la regina Ginevra. Ecco cosa disse Trout quando si rese conto che i dieci anni  di replica erano finiti, e che lui e tutti gli altri erano improvvisamente costretti a fare roba nuova, a tornare creativi:  «Oh Dio! Sono troppo vecchio ed esperto per ricominciare a giocare alla roulette russa con il libero arbitrio». Già, e io stesso ero un personaggio di Cronosisma Uno:  facevo  una  breve  apparizione  durante  un  festino  sulla  spiaggia  del  ritiro  per  scrittori  Xanadu,  nell’estate  del  2001, cioè a sei mesi dalla fine della replica, a sei mesi dal  ritorno in sella del libero arbitrio. Ero lì insieme a diversi personaggi fittizi del romanzo,  compreso Kilgore Trout. Avevo il privilegio di ascoltare il vecchio e lungamente inedito scrittore di fantascienza descriverci, e quindi dimostrarci, la speciale collocazione dei terrestri nello schema cosmico delle cose. E adesso il mio ultimo libro è finito, tranne per questa prefazione. Oggi è il 12 novembre 1996, a circa nove mesi, direi, dalla sua data di pubblicazione, dal suo emergere dal  canale riproduttivo di una macchina da stampa. Non c’è  fretta. Il periodo di gestazione per un elefantino indiano è  due volte più lungo. Il periodo di gestazione per un opossum, amici e vicini, è di dodici giorni. In questo libro sostengo che per il festino nel 2001 sarò ancora  vivo.  Nel  quarantaseiesimo  capitolo  immagino  me stesso ancora vivo nel 2010.

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